Il posto dell’Onironautica nella Psiconautica

L’Onironautica (navigazione dei sogni) è l’arte di approcciarsi in modo cosciente e consapevole allo stato di coscienza dei sogni: come viverli, come interpretarli, come indurli, come esplorarli, come potenziarli. I sogni sono solo uno dei mezzi di esplorazione della coscienza, ma analizzandone vari scopriremo che è senz’altro quello più alla portata, meno impegnativo, meno rischioso, meno drastico e con meno effetti collaterali indesiderati.

Nella storia dell’umanità uno dei mezzi più utilizzati per esplorare se stessi sono senza dubbio le sostanze psicoattive. In tutte le epoche e latitudini l’uomo si è rivolto a piante, funghi ed animali con poteri psichedelici: il Kykeon dei misteri eleusini, il vino dei rituali dionisiaci (ancora praticati dai Kalash in Asia centrale), l’Ayahuasca dei popoli amazzonici, il ricorso ai funghi magici o ai cactus mescalinici degli sciamani o all’oppio di molti sadhu indiani o all’iboga da parte dei Bwiti. Già nella preistoria troviamo tracce rupestri di divinizzazione del fungo e della pianta di papavero e molte teorie spingono a pensare che sia stato proprio il cibarsi di certe sostanze ad aver stimolato precise facoltà cerebrali e differenziato i primi ominidi pensanti dai loro cugini che sarebbero rimasti scimmie. L’efficacia dell’uso di queste sostanze nel campo degli stati di coscienza è oggettiva, basata su inconfutabili reazioni neurochimiche ormai scientificamente dimostrate; per contro, il ricorso all’uso di certe sostanze (specialmente quando prolungato) tende a degenerare il fisico e la psiche. Alcune di esse, come gli alcolici o gli oppiacei o tutte le sostanze fumate hanno palesi conseguenze sul fisico; altre, che hanno invece un impatto fisico irrilevante (funghi, cactus, ayahuasca) sono potenzialmente dannose per certe psichi impreparate, immature, deboli o con tendenze latenti ad alcune forme di disturbi mentali o nervosi (schizofrenia, varie forme di epilessia, mania, ecc). Per cui la grande efficacia immediata di questo mezzo è accompagnata da notevoli rischi e conseguenze, anche di natura legale visto che la grandissima parte delle sostanze necessarie e il loro uso sono perseguiti dalle leggi di quasi tutti i Paesi del mondo.

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Un altro mezzo è il ricorso ad alcune pratiche ascetiche di interruzione dei consueti processi psicofisici quali privazione del sonno, deprivazione sensoriale, digiuno, capanna sudatoria, controllo del respiro, ecc. Sono tutte pratiche usate nel tempo dai ricercatori interiori come gli sciamani pellerossa, i padri del deserto, i monaci, i sannyasin, i lama ecc. Indebolire o assopire il corpo potenziando la mente induce ad una sorta di distacco tra i due. Certe forme di ritiro e di digiuno erano molto praticate nelle prime comunità cristiane e nel mondo medievale, ma praticate e descritte anche nel mondo islamico, zoroastriano e hindu, senza contare che esso è un precetto fondamentale per poter accedere ai riti delle culture centroamericane. Anche il buddhismo porta vari esempi di pratiche di questo tipo: i vari lama che si fanno murare nelle celle, Milarepa nel cuore di una grotta o lo stesso Siddharta ritirato nel bosco nutrendosi solo con escrementi cadutigli sopra da qualche volatile di passaggio. La cella di isolamento e la vasca di deprivazione sensoriale sono altri mezzi il cui uso è ben documentato. Questa categoria di strumenti è anch’essa piuttosto estrema per il fisico e per la mente, poiché provocano altissimi livelli di stress e solo individui fortemente motivati (guerrieri, ricercatori spirituali, religiosi) e con un notevole controllo della propria psiche e della propria forza di volontà possono affrontare con successo certe prove. Se affrontate senza una guida esperta e in ambienti non sicuri, possono essere causa di esperienze pericolose, stressanti o deludenti, poiché se la volontà cede o la mente si imbizzarrisce non si arriva a nessun risultato.

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Molte persone si rivolgono ai rituali religiosi o pseudospirituali e ai loro mezzi peculiari (mantra, preghiere, sacramenti, discipline, ecc). Solo una piccola percentuale di chi pratica queste vie riesce veramente a sperimentare in modo consapevole altri stati di coscienza poiché l’adesione ad una religione o ad un sistema mistico-filosofico sottintende l’accettazione di vari precetti, dogmi, punti di vista, apriorismi, tradizioni, ecc. e spesso tali esperienze si rivelando alla fine di un lungo cammino di lavoro su se stessi anche di natura etica e morale.

Un mezzo spesso sottovalutato è l’arte. La pratica o l’immersione in essa (musica, pittura, recitazione, danza, architettura, poesia… qualsiasi forma artistica) può essere una porta di accesso molto potente per stati di coscienza non ordinari (notoria è la sindrome di Stendhal). Molti veri artisti infatti tendono a vivere trasandati, in pura Boème, “più di là che di qua”, non tanto per vezzo o atteggiamento ma perché vivono letteralmente in altri mondi nei confronti del quale quello ordinario è solo uno dei tanti. Pur essendo un mezzo oggettivo e potente, richiede delle predisposizioni naturali che solo pochi possono vantare e che non si possono improvvisare, imitare o indurre a forza. È il famoso talento: o c’è o non c’è.

Per finire citiamo alcuni mezzi particolari come gli sport estremi, il superamento del dolore e l’estasi. Esistono stati di coscienza di “soglia”, stati adrenalinici definiti di “flusso” o “trance agonistica” che possono essere sperimentati sono in condizioni psichiche e fisiche estreme, e mentre nel caso delle deprivazioni la mente, le sensazioni e i processi fisici vengono assopiti, qui vengono esaltati oltre i limiti consueti ed è la normale consapevolezza di sé a venir assopita. Sono i casi dell’O-Kee-Pa praticato dai nativi americani, che si appendevano a dei ganci per il petto, o i numerosi festival indiani in cui gli individui si riempiono il corpo di aghi, trafiggendosi con barre di ferro o trascinano carri agganciati alla carne viva. Anche il piercing e il tatuaggio rituali fanno parte di questa categoria, così come i riti orgiastici dei chlysty o degli aghori. Anche il combattimento in certi casi può rientrare in questa categoria, d’altronde non è un mistero che lo scopo delle arti marziali è il raggiungimento di uno stato di coscienza superiore e che per certi veri guerrieri il combattimento si decide anzitutto nella mente. Appare palese che questi mezzi, per quanto efficaci, tendano a degradare il corpo e ad esporlo a rischi elevati, inoltre l’intensità dell’esperienza fisica spesso travolge l’individuo non lasciandogli il minimo controllo.

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L’Onironautica è un mezzo meno estremo di molti altri, che richiede una disciplina che non ha mai bisogno di divenire fanatica o eccessivamente intensa, che non interferisce pesantemente sul proprio stile di vita e che può essere in effetti praticato da tutti coloro che sono in grado di ricordare almeno parte dei propri sogni… è legale, non sfonda il fegato, non va fatto in cima all’Himalaya, non richiede battesimi o giuramenti su testi sacri, e non va infilato nel palmo della mano per trascinare un carro… il che pare se non altro un buon inizio :D…

Giacomo Colomba

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